Buongiorno lettori! Normalmente anticipo le mie recensioni letterarie con la classica trama in soldoni dove racconto il contenuto del libro, ma nel caso di “Piuttosto che” c’è poco da dire in quel contesto. Unirò dunque l’utile al dilettevole.

Il libro di Valeria della Valle contiene ben trecento (300) errori comuni, registrati in discorsi politici, testi di professori universitari, comizi, articoli di giornale, ecc…

L’introduzione spiega in modo articolato l’errore più grave, quello ha spinto la stessa Della Valle e Giuseppe Patota a scrivere questo libro, introdotto dallo scivolone considerato più “grave“: l’uso errato del piuttosto che.

L’errore in questione – come tutti gli orrori citati a seguire – è accompagnato da celebri esempi, come strafalcioni del ministro Brambilla, la quale utilizza il piuttosto che in sostituzione a “o”, creando non poca confusione in chi legge o ascolta.

ESEMPIOSarebbe ora di abolire la vivisezione piuttosto che la caccia. (anziché dire “la vivisezione o la caccia”)

Penso sia superfluo dirlo (mi legge un pubblico di lettori che, tutto sommato, queste cose elementari non le sbaglia) ma lo scrivo comunque: il piuttosto ché sostituisce anziché, quindi ha valore avversativo. Non può essere utilizzato quando si parla di alternative.

Il resto del libro è organizzato come un dizionario, dalla A alla Z. Nel primo capitolo, quindi, troverete tutti gli errori riguardanti parole che iniziano con la lettera A (si dice aeroporto, non aereoporto) poi con la B, e così via.

Va detto che un buon 50% degli errori riportati su questo libro riguardano l’uso del congiuntivo, quindi non dico sia sconsigliato a chi lo utilizza già in modo impeccabile, però sicuramente ne riduce la priorità di lettura.

Gli esempi restanti riguardano i dubbi comuni della quotidianità, cose come: coefficiente o coefficente? “Fu” con l’accento o senza accento?

Cose molto semplici per chi mastica libri con un certo ritmo. Ma non mancano esempi più complessi e interessanti, come la forma del verbo “augurare”. Dire “mi auguro che tu…” è sbagliato, in quanto il verbo appena citato significa letteralmente auspicare a sé stessi. Non serve dunque aggiungere il “mi” accanto al verbo.

Ricapitolando, reputo questo libro molto utile ma non indispensabile; tuttavia, lo consiglio caldamente a chiunque voglia limare il proprio background culturale, per assicurarsi di non compiere errori stupidi e alquanto banali.

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